Imparare da Giovanni Paolo II

Qual è stato il metodo di San Giovanni Paolo II per stare pienamente di fronte alla Verità?

 

«Io sono la Via, la Verità e la Vita» (Gv 14,6). Gesù dice di sé di essere “La Verità”. La sfida che lancia è tra coloro che intendono prendere sul serio, letteralmente, questa affermazione e coloro che non intendono farlo, attribuendole un valore sfumato o nullo. Giovanni Paolo II si è collocato, da credente, addirittura da santo, tra quelli della prima categoria, ed è stato chiamato ad essere maestro di quelli della prima categoria, e sfida per gli altri, perché prendano atto dell’inadeguatezza della loro posizione e la cambino.

Per giungere a farlo (questo è il metodo) si è confrontato con tutto il pensiero e tutta la storia, cristiana e non cristiana, che lo ha preceduto; con il patrimonio culturale (filosofia, scienza, arte) della tradizione cristiana e precristiana. E ha attuato una sorta di “metodo scientifico”, per realizzare una sorta di “verifica sperimentale” del cristianesimo nella sua personale esperienza di vita. Se Cristo è vero, com’è, Egli “spiega” e fa “vivere” l’uomo, la famiglia, il lavoro, la società, la storia, insuperabilmente meglio di tuti gli altri. Questa è la “verifica del cristianesimo”, che è divenuta, di conseguenza, anche una “sfida” lanciata a quel mondo (esterno ed interno alla stessa Chiesa) che ha “liquidato la verità”, pur di addomesticare Cristo. È il mondo di oggi, dominato dal “relativismo”.

Nel suo insegnamento e nella sua testimonianza è come se Giovanni Paolo II avesse detto: “Se le ideologie del mondo hanno fallito, allora solo Cristo resiste e io vi sfido a fare la prova”.

È molto utile riprendere in mano il cap. IV della sua enciclica Fides e ratio (1998)a questo proposito, per vedere come egli ha compreso il “percorso”, il “lavoro culturale” elaborato nei secoli dal pensiero cristiano e come questo è stato progressivamente demolito da una sorta di “peccato originale” di orgoglio intellettuale degli uomini, compreso anche quello di alcuni pensatori credenti.

Per Giovanni Paolo II, Cristo, con tutto ciò che da Lui deriva, è stato il “criterio di giudizio”, il “criterio culturale”, la “chiave ermeneutica” per comprendere e valutare se stesso, la condizione umana, la storia, l’uomo nelle sue caratteristiche (“antropologia”), la famiglia (si possono riprendere in mano le sue udienze generali del mercoledì su “Amore, matrimonio e famiglia” per rendersene conto).

Questo “metodo” è diventato il suo metodo di “annuncio cristiano”, un metodo che aveva portato la Chiesa ad essere “in anticipo” sui tempi (con una funzione “profetica”) nella storia, rispetto alle ideologie del mondo, che si sono dimostrate prima o poi insufficienti, anzi dannose, per l’uomo.

Il vero umanesimo è cristiano: non può essere marxista (illusione della teologia della liberazione), non individualistico-materialista-edonista (illusione del mondo occidentale), non gnostico-pagano (illusione di oggi dell’ecologismo panteista), ecc. Con lui la Chiesa si è dimostrata “in anticipo sui tempi” e non in ritardo come molti, anche tra i credenti, la ritenevano fino a poco prima.

Lui aveva fatto l’esperienza di due “dis-umanesimi” totalitari e ne aveva vissuto il fallimento sociale e antropologico nell’Est europeo, prima di noi in Occidente. Anche grazie a questo è stato “più avanti”, e per questo è stato in larga misura non capito in Occidente. Adesso, poi, è stato censurato, dimenticato e quando se ne parla viene manipolato.

 

Ho conosciuto un’altra persona che aveva avuto la stessa intuizione e lanciato lo stesso metodo per essere cristiani, riscoprendo quelle dimensioni del cristianesimo che chiamava “cultura”, “carità” e “missione”, e insegnava a prendere Cristo come “criterio di giudizio” su se stessi e sulla storia. Ed era don Luigi Giussani, al quale Giovanni Paolo II disse (cito a memoria): «Il mio metodo è molto simile al suo; anzi è lo stesso» (cfr. Tempi,  26 aprile 2014).

Come poté Giovanni Paolo II fare tutto questo, prima da semplice sacerdote, da docente universitario, da Vescovo e Cardinale in Polonia, e poi da Papa nel mondo intero?

Egli seppe fare due cose. E qui entro più direttamente nel suo metodo.

La prima cosa. Seppe imparare a “leggere l’esperienza” degli uomini (in senso profondo e non appena psicologistico o modernista; non dobbiamo farci rubare una parola come “esperienza”, solo perché è stata deformata dal modernismo; mentre era stata impiegata correttamente già da Aristotele e poi da san Tommaso d’Aquino, ma dobbiamo riappropriacene). Giovanni Paolo II seppe leggere la sua esperienza umana e quella degli altri, andando in profondità, e non limitandosi agli aspetti superficiali, puramente esteriori, psicologici e sociologici, che non vanno di certo trascurati, ma piuttosto unificati sapendo ripercorrere quella catena di effetti e di cause che hanno un fondamento via via più essenziale per l’uomo.

Per questo gli fu certamente utile anche lo studio della filosofia, dell’antropologia, della fenomenologia (Max Scheler fu uno dei suoi autori di riferimento, a questo scopo). Ma non si accontentò di fermarsi alle spiegazioni dell’uomo che i fenomenologi, davano, che rimanevano ad un livello per lui insoddisfacente, e finivano per rimettere in gioco come fondamenti quegli stessi principi che inizialmente avevano cercato di criticare come inadeguati (come, ad esempio, in Husserl la visione cartesiana, criticata prima [penso alla Crisi delle scienze europee], ma rimessa in gioco poi per mancanza di alternative).

La seconda cosa è consistita nell’individuazione del Fondamento più solido del pensiero moderno, ritrovato come “più avanti” della stessa modernitàGiovanni Paolo II, invece, andò a pescare i fondamenti razionali, filosofici, antropologici nel pensiero cristiano, per comprendere fino in fondo l’esperienza dell’uomo. San Tommaso d’Aquino, soprattutto, attingendo alla metafisica (che oggi si poteva, e doveva rimettere in gioco, riscoprendola come una “teoria dei fondamenti” delle scienze perché iscritta nella realtà). E alimentandosi spiritualmente dei mistici (come San Giovanni della Croce), oltre che dei poeti della sua Polonia (come Norwid), divenendo lui stesso poeta, e interprete come attore nelle piccole rappresentazioni teatrali che realizzava, da giovane, con i suoi amici.

La sua grande opera filosofica Persona e atto sintetizza il suo percorso filosofico:

i) Si trattava di leggere e comprendere l’esperienza dell’uomo;

ii) trovando la “spiegazione” di chi è l’uomo e di come funziona (“antropologia”), attraverso i principi fondamentali e irrinunciabili che regolano l’Essere di tutte le cose (metafisica). Ed è in queste che egli ha trovato e proposto le “ragioni” che stanno alla base della “morale” naturale e di quella cattolica, così che queste si dimostrino indispensabilmente necessarie agli uomini e non come imperativi moralistici. Come dicevano i medievali: praeceptum quia bonum e non, kantianamente, bonum quia praeceptum.

 

È curioso che da un secolo a questa parte chi si occupa del problema dei fondamenti, in ambito seriamente scientifico, si trovi a fare i conti con la necessità di compiere, in fondo, lo stesso tipo di percorso. A questo proposito, proprio lui ebbe a scrivere e a dire: «Una grande sfida ci aspetta […] quella di saper compiere il passaggio, tanto necessario quanto urgente, dal fenomeno al fondamento. Non è possibile fermarsi alla sola esperienza; […] è necessario che la riflessione speculativa raggiunga la sostanza spirituale e il fondamento che la sorregge» (Fides et ratio, n. 81, 14-9-1998; al Giubileo degli scienziati, 25-5-2000).

 

È il percorso dei pensatori cristiani, cattolici, dai Padri della Chiesa a sant’Agostino e san Tommaso. Il cristianesimo ha guidato la ragione a completare, ripulire approfondire ciò che c’era di vero e di meglio nel pensiero pre-cristiano. Come ebbe a dire il Card. J. Ratzinger poco prima di divenire Benedetto XVI: «Una delle funzioni della fede, e non tra le più irrilevanti, è quella di offrire un risanamento alla ragione come ragione» (Fede, Verità, Tolleranza. Il cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p. 142).

 

Come possiamo, recuperando gli aspetti attuali del suo metodo, vivere bene il presente in questa detronizzazione della Verità?

Rispondo. Cercando di fare allo stesso modo, di seguire lo stesso metodo. Studiando, pregando, facendoci aiutare da chi ne ha seguito la strada. Oggi fare questo significa marciare controcorrente (anche negli ambienti di Chiesa!), ed è urgente farlo… Esemplifichiamo: partiamo da questa domanda ineludibile: Che cos’è la verità?

Che cosa aveva detto il pensiero filosofico (e teologico) cristiano e pre-cristiano lungo i secoli, in risposta alla domanda: Che cos’è la verità?

Aveva colto due aspetti:

1) Quello della Verità come “svelamento”. Per i Greci la Verità veniva rappresentata come una splendida figura femminile, mentre è svelata, resa senza veli. Il concetto di Verità che si svela da se stessa, poi, è la base della nozione cristiana di Rivelazione. La Rivelazione “svela” agli occhi della fede e al tempo stesso “vela di nuovo” per chi rifiuta la fede (ri-velata, svelata prima, e velata di nuovo poi). E svela solo in parte, anche per chi ha fede, lasciando ancora “il più” alla visione finale eterna.

2) E poi quello della Verità come “corrispondenza” alla realtà. Oggi con la verità si è liquidata anche la “realtà” oggettiva delle cose. E tutto sta smettendo di funzionare. La verità veniva intesa come “corrispondenza” della conoscenza (la nostra, ma prima di tutto quella creatrice che è di Dio) alla realtà.

 

Partiamo dall’Alto, da Dio. Dio è la Verità. Dio è tutto, la pienezza dell’Essere: Dio è l’“Essere perfettissimo” (Catechismo san di Pio X). Cristo dicendo «Io sono la Verità» dichiara di essere Dio.

Il Vero, nella sua pienezza è Dio che si offre alla nostra conoscenza (la quale si ottiene con l’esperienza e l’intelligenza: quaerere, chiedere per sapere);

Come il Bene, nella sua pienezza è Dio che si offre, alla nostra volontà/affettività, come ciò che è “desiderabile” (appetitum, san Tommaso; petere, chiedere per ottenere), Colui del quale non si può non avere “nostalgia” fino a che non si appartiene liberamente a Lui (Sant’Agostino, Confessioni, «Il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te», L. I, 1.4).

La conoscenza “porta dentro di noi” (immaterialmente) le cose che sono fuori di noi.

La volontà/affettività, in modo complementare ci “fa muovere verso le cose”, verso le persone, per averle e per essere sempre con loro (Aristotele, Tommaso).

Così l’Uno, nella sua pienezza è Dio che si dimostra come “principio unificante” che origina, governa e compie tutto ciò che esiste. L’“unità della persona” si sperimenta solo riconoscendo di appartenere a Dio. Sono i famosi “trascendentali”: ente, vero, bene, uno.

 

= E il Bello (Gloria di Dio) è tutto questo insieme, che si manifesta a tutto il nostro essere. Il Bello è il Bene che si fa vedere dagli occhi, e per analogia è il Vero che si offre all’intelligenza, all’anima.

 

Siamo partiti da Dio. Scendiamo verso il basso, alle creature

La “verità”, in ogni cosa creata particolare, è la “corrispondenza” tra la cosa creata e il “come” Dio Creatore pensa e vuole che essa sia. E qui c’è di mezzo la nostra limitata intelligenza e la nostra libertà. La nostra conoscenza è vera se “corrisponde” a come la pensa, la vuole Dio Creatore.

Prima di tutto c’è la Verità come “autenticità” (verità ontologica): l’essere creato è autentico quando è come Dio lo vuole. Se noi lo manipoliamo contro la sua natura lo snaturiamo, lo priviamo della verità, dell’autenticità, abbruttendolo di conseguenza.

Poi c’è la Verità “nella conoscenza” (nel giudizio): la conoscenza è vera (verità logica) se c’è “corrispondenza” tra essa e le cose come stanno, in se stesse, davanti a Dio Creatore. Una “corrispondenza” tra la conoscenza nella nostra mentee la conoscenza in Dio.

Se pretendiamo di servirci della nostra libertà per imporre alla realtà un giudizio discorde dalla mente del Creatore, il giudizio è falso, è menzogna, è ideologia.

Un uomo che pretende, in nome della sua libertà, di pensarsi e di vivere solo come corpo, come materia, non corrisponde a come lo vuole Dio Creatore e prima o poi la sua vita non funzionerà, perché la sua concezione della vita cozza contro la realtà dei fatti («Non giudicate secondo le apparenze, ma giudicate con giusto giudizio!», Gv 7,24). È quanto succede nel mondo di oggi.

Per questo, nella morale occorre riscoprire la “legge morale naturale” (I Dieci Comandamenti), e nel diritto occorre ritrovare come base l’autentico “diritto naturale”. Diversamente la legge diviene impostura del potere di turno, diviene una corruptio legis. È la questione dei “principi non negoziabili”, che sono irrinunciabili perché una società funzioni, sia umanamente vivibile.

Infine c’è la Verità come “consapevolezza” di “conoscere la verità”, di essere nella verità (verità formale). Una consapevolezza che è offerta alla nostra ragione, non tanto per merito nostro, ma perché è “svelata” nella Rivelazione in Cristo, pienezza della Rivelazione. In terra, questa, è “accessibile” mediante la fede in Cristo, nella Chiesa. Oltre questa condizione terrena è “manifesta” nella visione diretta di Dio.

Ma anche la “ragione umana” può (anche se non tutti ci riescono facilmente) raggiungere questo grado di consapevolezza certa, almeno in merito a quei principi che si mostrano come “irrinunciabili”, non negoziabili. Gli antichi dicevano addirittura “evidenti”. Su tutto il resto abbiamo delle teorie ipotetiche, o delle opinioni. Per questo è indispensabile l’aiuto della Rivelazione.

Lo diceva già Platone: «Non c’è altro da fare: […] varcare a proprio rischio il gran mare del’esistenza, a meno che uno non abbia la possibilità di far la traversata con più sicurezza e con minor rischio su una barca più solida, cioè con l’aiuto di una rivelazione divina» (Fedone, XXV).

 

Riassumendo

Il metodo di Giovanni Paolo II che possiamo imparare da lui, per “costringere” a fare questo percorso anche l’uomo di oggi – che ha distrutto la stessa nozione di verità frammentandola in tante opinioni – è quello di procedere come in una dimostrazione matematica per assurdo. Ti faccio vedere che la negazione della “tesi” cristiana-cattolica porta alle contraddizioni che tu stesso puoi constatare nella realtà della società di oggi. Se la società e la tua vita sono divenute invivibili, la causa non è forse l’aver rifiutato il cristianesimo e con esso la stessa nozione di “verità oggettiva”?

Diagnosi. Hai distrutto la Verità, pur di liberarti della fede in Cristo: tocca con mano le conseguenze. La vita è divenuta invivibile, la società, prima è stata resa disumana (i regimi), poi anarchica e ingovernabile (fallimento delle democrazie senza una cultura della verità  comune a tutto il popolo). Chiediti perché! Le cause, non sono solo materiali, strutturali, economiche, sociali (analisi marxista), o solo psicologiche (psicologia, psicanalisi), o giuridico-legali (legalismo, giustizialismo). Scava dentro l’uomo lasciandoti guidare dalla Rivelazione. Questo ti dice l’autentico pensiero della Chiesa!

Terapia. E se avessimo gettato il Bambino con l’acqua sporca, eliminando il cristianesimo e con esso la verità? Se la negazione di Cristo e della verità è stata fallimentare non ha forse senso pensare che sia giusto, al contrario, tornare a prendere in seria considerazione Cristo e la verità? Questa è stata la sfida al mondo lanciata da san Giovanni Paolo II e proseguita da Benedetto XVI. Il mondo l’ha rifiutata, e oggi ne paga le conseguenze!

 

 

 

Testo 1

«In questo sembra consistere l’atto principale del dramma dell’esistenza umana contemporanea, nella sua più larga ed universale dimensione. L’uomo, pertanto, vive sempre più nella paura. Egli teme che i suoi prodotti, naturalmente non tutti e non nella maggior parte, ma alcuni e proprio quelli che contengono una speciale porzione della sua genialità e della sua iniziativa, possano essere rivolti in modo radicale contro lui stesso; teme che possano diventare mezzi e strumenti di una inimmaginabile autodistruzione, di fronte alla quale tutti i cataclismi e le catastrofi della storia, che noi conosciamo, sembrano impallidire. Deve nascere, quindi, un interrogativo: per quale ragione questo potere, dato sin dall'inizio all'uomo, potere per il quale egli doveva dominare la terra, si rivolge contro lui stesso, provocando un comprensibile stato d’inquietudine, di cosciente o incosciente paura, di minaccia, che in vari modi si comunica a tutta la famiglia umana contemporanea e si manifesta sotto vari aspetti?» (Redemptor Hominis, n. 15, 4-3-1979).

 

Testo 2

«Oggi così spesso l’uomo non sa cosa si porta dentro, nel profondo del suo animo, del suo cuore. Così spesso è incerto del senso della sua vita su questa terra. È invaso dal dubbio che si tramuta in disperazione» (Discorso di inizio del pontificato, 22 ottobre 1978, n. 5).

 

Testo 3

«Permettete, quindi – vi prego, vi imploro con umiltà e con fiducia – permettete a Cristo di parlare all’uomo. Solo lui ha parole di vita, sì! di vita eterna» (Discorso di inizio del pontificato, 22 ottobre 1978, n. 5).

 

• Proviamo a costruire la vita «come se Dio esistesse» (Benedetto XVI, ai giornalisti, 7-10-2010), dopo averla costruita come se non esistesse o fosse irrilevante, o come se ognuno potesse farselo in casa come un idolo.

 

• Oggi la famiglia viene disgregata e deformata, deformando l’amore. Proviamo ad impostarla come prevede il piano del Creatore e come Cristo ha insegnato a fare. (Familiairis consortio).

«Rispose loro Gesù: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”» (Mt 19,8).

 

• Oggi il lavoro è in crisi o manca del tutto, perché lo si è concepito solo in funzione del profitto, o lo si è statalizzato penalizzando il merito nell’impegno dei singoli. Proviamo a viverlo tenendo conto di Dio Creatore del quale l’uomo che lavora è collaboratore (Laborem exercens).

 

La catena delle cause

Giovanni Paolo II, a nome della Chiesa, giuda un passo dopo l’altro a percorrere la catena delle cause delle contraddizioni. C’è una perdita del “modo giusto” di concepire e di vivere. Bisogna ritrovarlo.

 

Testo 4

«In seguito a quel misterioso peccato d’origine, commesso per istigazione di Satana, che è “menzognero e padre della menzogna” (Gv 8,44), l’uomo è permanentemente tentato di distogliere il suo sguardo dal Dio vivo e vero per volgerlo agli idoli (cf 1 Ts 1,9), cambiando “la verità di Dio con la menzogna” (Rm 1,25); viene allora offuscata anche la sua capacità di conoscere la verità e indebolita la sua volontà di sottomettersi ad essa. E così, abbandonandosi al relativismo e allo scetticismo (cf. Gv 18, 38), egli va alla ricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità». (VS, 1).

 

Che cos’è il «misterioso peccato d'origine?». È la “perdita della giustizia”, del giusto rapporto con se stessi, con gli altri, con tutte le cose, derivante dal rifiuto del giusto modo di rapportarsi con Dio Creatore.

 

Occorre liberare la morale dal moralismo (praeceptum quia bonum, non bonum quia praeceptum)

Con la sua impostazione che fonda la morale sull’antropologia, l’antropologia sulla metafisica Giovanni Paolo II libera la morale dal moralismo, dal formalismo kantiano. La morale, per non essere moralismo, va fondata su un’antropologia; l’antropologia per non essere narcisistica (l’uomo che adora se stesso) va fondata su una concezione di tutto, dell’essere, una metafisica, una metafisica della verità e del bene.

Una ragione onesta se ne rende conto. La Rivelazione (che in Cristo ha la sua pienezza) guida la ragione a capire l’uomo, la storia, la realtà

 

Allora questi non sono solo astratti principi filosofici e teologici, ma sono criteri esistenziali necessari per una vita che sia degna di essere vissuta.

 

Terza domanda: Nella ricerca della Verità ci si scopre non da soli ma in compagnia: amicizia e Verità, la comunione dei Santi

«Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, Io sono in mezzo a loro» (Mt 18,20). Siamo importanti gli uni per gli altri, al di là delle simpatie personali che, comunque sono un aiuto, perché gli altri sono, per analogia, come il pane dell’Eucaristia che è indispensabile perché Cristo si renda realmente presente nel Sacramento. In questo senso è detto, nella Costituzione dogmatica Lumen gentium del Vaticano II: «La Chiesa è, in Cristo, in qualche modo il sacramento (veluti sacramentum), ossia il segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano» (n. 1).