Macchine e autocoscienza

 

Il delirio dei possessori mondiali di macchine, robot e sistemi complessi come Internet che vorrebbero dotati di “auto-coscienza”

Ma chi lavora scientificamente su questi sistemi complessi sa che le cose non stanno così…

Sorprendente è il confronto tra gli scritti sul tema dell’autocoscienza di due autori italiani che sono vissuti a distanza di più di sette secoli l’uno dall’altro: il primo, dottore della Chiesa, vissuto quando non si poteva neppure immaginare l’odierna tecnologia; il secondo, oggi abbastanza affascinato dall’Oriente, ideatore e costruttore di quell’odierna tecnologia, che tutti noi utilizziamo quotidianamente, il soft touch che permette di comandare il telefonino con il tocco di un dito; e di molto altro.

Il primo testo (1255-59). «Bisogna tenere conto che si possono avere due modi di conoscenza della mente da parte di un soggetto conoscente, come dice Agostino nel IX libro del De Trinitate.

– Il primo è quello per cui la mente di ciascuno viene conosciuta solamente per le sue proprietà individuali.

– Il secondo è quello che conosce la mente in ciò che essa ha in comune con tutte le altre menti. […]

La conoscenza della mente che uno ha della propria mente, è la conoscenza che ne ha ciascuno individualmente. [auto-coscienza] […]

Per percepire l’esistenza della mente, e per accorgersi che essa agisce in se stessa, non occorre alcuna competenza: è sufficiente lo sola essenza dell’anima, che è presente alla mente. Da questa, infatti, emergono quegli atti nei quali essa si percepisce in azione. È secondo questo modo che si sa di avere una mente, mentre nell’altro modo si viene a conoscere che cosa è la mente in se stessa, e quali siano i suoi caratteri propri. Come dice Aristotele nel IX libro dell’Etica, “noi sentiamo di sentire, capiamo di capire, e dal fatto di sentire capiamo che esistiamo”. [San Tommaso d’Aquino, De Veritate, q. 10, a. 8co]

Secondo testo (2019). «Il mio pensiero è che la vera intelligenza richiede coscienza, e che la coscienza è qualcosa che le nostre macchine digitali non hanno, e non avranno mai. La maggior parte degli scienziati crede che siamo solo macchine: sofisticati sistemi di elaborazione delle informazioni basati su software. Ecco perché pensano che sarà possibile realizzare macchine che supereranno gli esseri umani. Credono che la coscienza emerga solo dal cervello, che sia prodotta da qualcosa di simile al software che funziona nei nostri computer. Pertanto, con un software più sofisticato, i nostri robot finiranno per essere consapevoli. Ma ciò è davvero possibile? Bene, cominciamo con il definire cosa intendiamo per coscienza. Io so, dentro di me, di esistere. Ma come faccio a saperlo? Sono sicuro che esisto perché lo sento dentro di me».

Ciò vale non solo per la conoscenza immediata che la mente ha di sé (auto-coscienza), ma anche per la percezione che la mente ha dei segnali provenienti dai sensi.

«Quindi, è il sentire il portatore della conoscenza. La capacità di sentire è la proprietà essenziale della coscienza. Quando annuso una rosa, sento l’odore. Ma attenzione! La sensazione non è l’insieme dei segnali elettrici prodotti dai recettori olfattivi all’interno del mio naso. Questi segnali elettrici portano informazioni oggettive, ma tali informazioni sono tradotte nella mia coscienza in una sensazione soggettiva: cioè il profumo che quella rosa mi fa sentire. Dove mai si nasconde il profumo nei segnali biochimici ed elettrici? […] Ma il robot si ferma ai segnali elettrici […]

Noi facciamo molto di più perché sentiamo l’odore della rosa, e attraverso quella sensazione ci colleghiamo in modo speciale a quella rosa, e al significato che le rose hanno nella nostra vita≫ (F. Faggin, Silicio, Milano 2019).

(per approfondire rinvio al mio video Autoreferenza e autocoscienza)